Sosta. Contemplare.

…peripatetikos (Peripatos)…

Il sublime: luce, dunque, e verità. Solo Bellezza, quindi? E solo la bellezza abita il Silenzio e la Sosta? E la natura del contemplare è forse unicamente possibile nella sospensione, nel ritorno dell’energia nel grembo dell’atto in potenza?

Il Mistico, giunto alla soglia estrema che tali domande postulano, non risponde. Non rispose Cristo interrogato da Pilato. Non rispose il Budda. L’Iniziato non risponde. Tutto dell’oscurità è detto e svelato. L’estrema evidenza del reale non significa piena nudità dei cuori. Quali lembi sono sottesi, ancora, alla certezza delle forme? La chiarità e la limpidezza attingono anche la persuasione della forma, ma sono risposta mutila e fissità senza l’abisso di luce che abita il silenzio. E se nessuna luce abita l’abisso di chi interroga, inutile, essotericamente, è anche la risposta. Vale più dunque un esoterico silenzio?

Noi ci muoviamo lungo i sentieri incerti della vita e a tratti dentro l’Oscurità del non senso senza scorgere mai la luminosa torcia accesa nel cuore silente degli Iniziati. Ci affidiamo ingenuamente alla superstizione e temiamo la libertà degli innocenti. Ciò che davvero scompagina il reale, inferendo crepe, varchi entro i quali fluisce sia pur fievole la Luce e dai quali, – se solo prestassimo orecchio con attento ascolto,- anche la Voce nasce,  è la purezza di un cuore che respira in sé l’Eterna verità dell’intero e di ogni cosa.

Eppure tutti, per qualche istante soltanto o per lunghi tratti del nostro cammino, abbiamo certamente sperimentato e conosciuto l’Una e l’Altra, e siamo abitati dalla Terza, malgrado alcuni tra noi non ne siano consapevoli. Il nostro esserne ora orfani e digiuni non significa che ne ignoriamo la profonda essenza. Essa, però, è sepolta sotto la coltre inanimata dei nostri “no”. Vestita di tutti i paludamenti dei quali non abbiamo saputo o voluto spogliarci.

Dovremmo tornare ad esercitare l’orecchio interiore, certo ad un livello antropologico consono ai tempi che viviamo, e senza farisaiche nostalgie della forma che non muore mai secondo gli stilemi del nostro pigro conservatorismo conformista. Udiremmo allora con maggior nitore l’eco del Tempo che risuona in noi. Dovremmo tornare a compiere il duro esercizio della sosta per vedere il mondo con occhi disabitati da noi stessi e liberi dunque di cogliere le cose nella loro nuda, primordiale essenza.

Entrare in relazione profonda con il Silenzio e con l’Immobilità è sempre, e ancor più nei tempi del rumore e della velocità, l’unico modo per ritrovare la via di una relazione vera con il Mistero. Con noi stessi.

Allora potremo tornare a camminare e a parlare con occhio vivo di un’innocenza nuova. A contemplare.

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