«Time Line, sismografo dell’anima».

«Time Line, sismografo dell’anima».

«Time Line. Panta rei_?_», il testo con il quale Isabelle Pariente-Butterlin torna e reca il prezioso dono di una sua riflessione nello spirito dell’”Agapé”, mi sembra una riproposizione ben argomentata ed ampia di un suo tweet che io stesso adottai quale spunto per la scrittura di “Twitter. [Sinopie di relazione].”

Nel suo testo, IPB considera, tra l’altro, due universi critici della contemporaneità. È quasi inevitabile che accada, quando si scrive in merito ad un ambito di relazione quale è [o dovrebbe essere] un SN. Mi riferisco a politica [e ad una sua particolare declinazione vissuta, la democrazia] e comunicazione. Isabelle Pariente introduce entrambi attraverso l’assunzione di alcuni stilemi costituenti che sono loro propri nella contemporaneità. Come affiorano e sembrano manifestarsi sempre più spesso e sempre più diffusamente nella società della rappresentazione di massa. Quella in cui colui che non si rappresenta [e dunque non appare] sembra non esistere, non essere.

In almeno uno dei due casi, IPB disegna uno scenario sommario, un abbozzo, però esaustivo e ficcante, impegnando i caratteri primari che lo costituiscono e caratterizzano nel presente storico che viviamo. Certamente un post non è un saggio ed io condivido con Isabelle Pariente, da sempre, l’idea che la Rete, anche i social network dunque, non sia un mondo a parte. Che l’esito finale di un’analisi di scenario in Rete, di un SN per esempio, possa, ed anzi quasi necessariamente debba, essere quindi quello di una discreta sovrapposizione delle due narrazioni possibili e/o reali.

“On ne se parle pas..”, sostiene IPB, sintetizzando in un’osservazione comune ad entrambi gli universi considerati uno statuto di chiara derivazione interiore. Quindi, una flessione antropologica diffusa. Una narrazione che ben conosciamo, quella politico/democratica declinata nell’universo della comunicazione, e l’altra, forse meno praticata ed evidente, ma altrettanto reale, quella di una speranza coltivata, talvolta in modo parossistico, con l’avvento della Rete, ed in gran parte disattesa o incompiuta. Due narrazioni non giustapposte. Non solo confrontate. Sovrapponibili. La prima ben nota nel suo essere tale [“On ne se parle pas..”]. La seconda, sempre più a dimora negli stilemi praticati, dopo la stagione dell’intensa speranza [illusione]: “On ne se parle pas..” Quanto agli esiti, IPB li calcina nell’amara considerazione: “On a attendu d’Internet qu’il soit le renouveau de la démocratie…”.

Forse i portatori sani di ideali, hanno dovuto lasciare presto il passo, in parte se non del tutto, ai pervasivi nocchieri di interessi. Costituiti, o nuovi, fa poca differenza se l’ontologia della prassi coltivata in Rete fu, almeno nel suo stato nascente, la gratuità. E non mi riferisco tanto e soprattutto agli aspetti economici. Ci sono numerosi modi di lucrare ed ambiti diversi per farlo con strumenti diversi dal denaro stesso.

Che cosa dunque manca o è insufficiente [o è mancato] in tale transizione infinita fra universi vissuti in modo analogico e la promessa digitale[l'attesa? forse dipende dal punto di vista da cui ci si trovò a guardare la nascente navigazione...], affinché le speranze potessero essere, se non proprio almeno in parte compiute, non del tutto disattese?
Mi è piaciuto intitolare lo scritto di Isabelle Pariente-Butterlin “Panta rei”, attingendo il suo testo, perché la lettura ne mette in luce, sotto uno sguardo attento e lungo, una flessione al tempo stesso ironica e in un certo senso anche, purtroppo, sarcasticamente veritiera, almeno se si considera un’inclinazione diffusa [prevalente?] alla rappresentazione continua, vanesia, certamente effimera, dei diversi sé messi ad arte [si fa per dire...] in scena.

Secondo una visione personalissima, temo che una possibile risposta si annidi, abbastanza inespressa e dunque nascosta, in una prassi desueta e dagli esiti spesso disastrosi per i rari che la mettono in atto. Quella di chi vive nella luce di una singolare riflessione su quanto scrive, una sorta di piccola validazione della coerenza che ognuno dovrebbe accampare fra parola critica e comportamenti in atto. Vissuta sotto l’angolo di incidenza della coscienza in atto. Sprezzando la superficie, l’apparenza, l’appartenenza, e tentando, una volta almeno, di andare al seguito del sé più vero, in profondità. In solitudine, anche, per trovare e ritrovare la gioia composta dei ritorni in un essere insieme. Sotto il cielo della condivisione di sé prima di tutto, nella sconfinata dimensione celeste di un ideale [che coltiva e pratica e ama qualcosa che non c'è: da costruire, ancora, eventualmente insieme...] invece che nell’orizzonte angusto di un interesse, visibile e certo nel suo rendimento. Nel suo godimento da toccare con mano, qui ed ora, pago anche di infinitesime frazioni della legge, del do ut des. Meglio ancora se dissimulato, nell’intenzione primaria che lo muove e che ispira chi lo abita. Piccolo o grande, non importa: l’obolo della vedova, almeno per me, è un paradigma etico. Lontano dalla scena. Dove uno sguardo laterale può offrire scorci inusitati e/o smarriti anche di sé.

In sostanza: chi sono davvero io sul SN, come lo vivo, con quali intenzioni primarie e con quanta coerenza riguardo alle tesi, non tutte critiche, che vi espongo? Perché posso sostenere limpidamente di essere la persona nella quale mi rappresento? Che cosa lega l’uno all’altro, l’io che davvero sono e l’io nel quale presumo, più o meno in buona fede, di rappresentarmi? In quali contraddizioni patenti, quelle che io solo non vedo [già, la pagliuzza e la trave] cado quasi ad ogni passo? Quante volte punto il dito verso la colpa altrui, e dimentico le piccole, talvolta le meschine, strategie con le quali tento di lucrare un modesto consenso, qualche visibilità? Che creatura sono, non tanto e non solo davanti alla tastiera, ma soprattutto davanti a me stesso? La levità del gesto, la brevità del click, la facilità dell’azione e della reazione, quanto concedono a me stesso e quanto indulgono verso i miei fondamenti identitari e di senso?

Ognuno sta in Rete come meglio crede, come può e come sa [e chi è senza peccato, scagli la prima pietra]. Certo, ognuno è a casa, e spesso nel giusto secondo i componenti della propria tribù. Certo, la citazione, spesso artatamente iterativa, non è un reato e nemmeno, più modestamente, una colpa. Ma una comunità, matura ed evoluta, fonda le relazioni su principi condivisi e su valori testimoniati, non sul regime consolatorio dell’appartenenza o sull’autogratificazione di chi rischia il delirio di onnipotenza perché [in apparenza] vincente. Le rivoluzioni possono sfruttare i mezzi [non abusarne: altrimenti si chiamano più precisamente in un altro modo, conservazioni]: ma nascono molto prima dei mezzi stessi e in un altrove che attinge sorgenti di senso visionarie, non prevalentemente o meramente funzionali. Il primo sintomo di ogni vera rivoluzione, che inizia sempre in interiore homini, è il cambiamento di se stessi ispirato ad un’elevazione di sé coerentemente data in un profilo di valore, prima creduto e praticato in sé, poi condiviso. La rivoluzione, o anche semplicemente un profondo mutamento di stato, non vive di un arroccamento identitario in difesa di un interesse.

“On polit son moi social”, scrive ad un certo punto IPB, accendendo la spia che segnala l’incalzare di numerosi sottesi interrogativi. Alcuni li ho posti io stesso, qui sopra, altri ve ne sono certamente in attesa di essere formulati.

Quanto alle risposte, a questi come alle domande precedenti, attingono universi di riferimento che vanno oltre i mezzi, oltre la scena sulla quale essi vengono impegnati, e sono prima degli stessi messaggi.

«Mezzi e messaggi». La natura dei mezzi non è taumaturga dell’anima dei messaggeri. [Prose basiche]. Un modo per significare una volta di più ed ancora che cambiare mezzo non cambia nulla se non è la coscienza dell’uomo, l’uomo stesso in sé, a cambiare dentro. Ci sono vecchi media abitati con una certa dignità interiore da uomini mutati dentro. E ci sono nuovi media afflitti da comportamenti veterotestamentari, anche sui nuovissimi SN. L’anima e la coscienza sono il messaggio. Oserei dire, ripetendo quanto teorizzai vent’anni orsono nel mio piccolo [“Alfabeto degli infiniti”, 1996], che la relazione è il messaggio.

Dunque, in un mondo che si è acceso con virulenza e violenza di luci sinistre che di nuovo sembrano non avere nulla, anche se sanno usare cinicamente e con espertissima spregiudicatezza gli stessi nuovissimi media [e non mi riferisco agli aspetti strumentali e funzionali], non citerò una volta di più [come feci la prima volta qui] ed ancora la parabola che vede indissolubilmente legati, nella storia, per una questione di mezzi e messaggi, Johann Gutenberg e Martin Lutero.

Mi limito ad aggiungere che il tema considerato da Isabelle Pariente-Butterlin [grazie infinite per la sua generosa partecipazione al mio minuscolo blog], in un ambito piuttosto ampio, per la verità, meriterebbe una profonda analisi dell’esistente.

Dopo anni di quasi totale esilio mediatico,vissuto in gran parte solo qui e da mendicante di ascolto, nel 2010 ho riaperto una piccola finestra sul mondo, un profilo Twitter. Nella speranza, spes contra spem, di tentare un dialogo. E non di esercitare una solipsistica e stucchevole performance. O, peggio ancora, in preda a fumi di un narcisismo latente e senile, tentare una comunicazione alla quale mai mi ero in precedenza affidato, impositiva, a colpi di RT, di Fws, di Fv, e di tutti gli altri accidenti, quando sono volti unicamente a proliferare in favore di statistica e a sigillare e garantire la visibilità. Il pensiero dominante [e certamente non in origine e non solo sui SN].

Probabilmente i miei limiti umani e la mia scarsa condiscendenza non mi rendono idoneo a troppe ed entusiaste partecipate avventure comunicative. Che sono, a mio modesto avviso, prima di tutto umane. Mea culpa. Però, sulla TL del mio profilo, che considero un sismografo dell’anima [almeno per me che ho tentato di vivere da persuaso e non da retore ogni mio atto esistenziale e non solo comunicativo]fin da quasi subito sono comparsi miei segnali eloquenti. O che almeno conosco bene quali indicatori di personale disagio interiore da una vita intera. Da molto prima dell’avvento del digitale e certamente dei SN. Se il cammino sia stato afflitto da un problema solo mio o sia stato un minuscolo segno di contraddizione, piccolissimo, certamente, un andare controvento sulla scena feriale dei giorni che ho vissuto, lo dirà un tempo senza tempo, che ancora non è. La coscienza di un’altra Storia. La sola indispensabile per cambiare i messaggi, prima che siano i mezzi a dominarne, come accade, la quasi totalità del Senso.

Solo un minimo indizio, due tweet: il resto [ed i restanti in linea con la citazione] è tutto là, nei quattro anni di TL. Due tweet scritti nell’ottobre del 2010, ancor subito, già agli esordi. Eccoli:

Un piccolo accenno ed un minuscolo accento della mia poetica. Ne tengono dentro vivi alcuni fondamenti, causa, la coscienza, ed effetto, il vissuto. Inseparabili sempre. Nel mio piccolissimo,in quattro anni di SN, ho cercato di rispettarli entrambi, fino in fondo. Chiedendo a me stesso e a nessun altro tale rispetto. E questo sì, davanti al mio sguardo interiore, è importante. E questo sì, potendo, amerei condividere.

 @ «Time Line. Panta rei_?_»

 

 

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