Trentadue anni fa.

Il 5 Aprile del 1981, 32 anni fa, Elena ed io ci siamo sposati a Nomadelfia. Avevo conosciuto Don Zeno Saltini, il suo fondatore, nell’estate del 1979. Da poco più di un anno, lavoravo nella redazione di Madre. Vivevo con entusiasmo, senza orario e senza bandiera, il compimento di un sogno che sembrava, solo pochi mesi prima, ormai irrimediabilmente sfuggito dal mio orizzonte esistenziale. Il giornalismo. Ero rientrato da poco dalla tipografia. L’ora del pranzo era abbondantemente superata. La segretaria di redazione, già al suo posto di lavoro. Mi lasciò il tempo di togliere la giacca, di posare bozze ed impaginati e di sedere, poi disse: “E’ arrivata una telefonata in redazione. Nomadelfia sarà nella nostra zona per qualche giorno, impegnata nelle sue serate. Ha chiesto se qualcuno del giornale vorrà essere presente. Ne ho informato il direttore, che mi ha incaricata di chiedere a te”. Non sapevo nulla di Nomadelfia. Non seppi intuire nemmeno il significato di quel nome. Non sapevo chi fossero e che cosa facessero i Nomadelfi. “Se sei d’accordo, quando ritelefoneranno per conoscere la risposta, li farò parlare con te”.

In quei giorni di entusiasmo e di passione, perso com’ero dentro il mio sogno che si andava lentamente e duramente costruendo, passo su passo, ero animato da una curiosità travolgente, da una sete di incontrare il mondo e di conoscerlo per raccontarne una sua verità, la sua piccola o grande storia. Mi tenevo alla soglia etica dell’umanità dolente e all’ortodossia professionale. Dentro quella sintassi, avrei fatto ogni sforzo pur di colmare i miei limiti. Umani, professionali, di conoscenza. Per prepararmi all’incontro. Non avessi avuto altro tempo che la notte, avrei impegnato quella, come del resto ho spesso fatto. Risposi subito sì, quasi senza pensare, alla segretaria di redazione che forse non si attendeva nessuna diversa risposta, da me. Più di un anno di lavoro fianco a fianco, ogni giorno, tutti i giorni, in redazione, le avevano dato modo di conoscermi. La sua domanda rivelava nel sorriso ironico, una consapevole flessione retorica. Conosceva già la mia risposta.

Incontrai Nomadelfia una prima volta, poche sere dopo, a Desenzano. Dopo la serata, conobbi Don Zeno e lo intervistai. Mi si rivelò un mondo. Scoprii un esempio, quello del sacerdote di Carpi, che non avrei mai più dimenticato. E che, pur nella consapevolezza di tutti i miei limiti, tanta parte avrebbe avuto nelle scelte successive della mia vita. Talvolta le decisive. Spesso, le drammatiche. Mi si svelò un’umanità che tanto a lungo avevo cercato e che mi sembrava essersi persa, nella civiltà post-industriale del boom economico. E che ancor più si sarebbe inabissata nei cinici anni Ottanta ai quali ci si affacciava allora. L’intervista venne pubblicata dal quotidiano locale in terza pagina, e non dal mio giornale, un mensile.

Dopo quel primo incontro, tornai, e non più per motivi professionali, alle serate di Nomadelfia. Parlai con alcuni nomadelfi, affascinato da quel mondo, dalla scelta di vita. Dal senso delle cose che albergava il loro cammino. Più che un’affinità di fede, era una cifra antropologica a tenermi così stretto al passo della loro storia. Che andavo sempre più conoscendo. Quando infine lasciarono la zona, ci congedammo con l’intesa che mi sarei recato io, a Nomadelfia, per realizzare un servizio ampio per il mensile.

Era l’agosto del 1979. Il giornale chiudeva come d’abitudine e come tutti, così usava in quegli anni, per le ferie. Il direttore mi aveva chiesto di partecipare alla Route scout che si sarebbe tenuta quell’anno a Bedonia. Si sarebbe svolta proprio durante quel fine settimana, il giorno dopo l’inizio delle vacanze. Ne avrei dovuto fare un servizio, da pubblicare in autunno, sul numero in lavorazione dopo la riapertura. Partii in piena notte, alle 2,00, con un thermos di caffè al seguito. Avrei dovuto essere a Bedonia presto, in tempo per interviste agli scout e per ascoltare gli interventi della mattinata. Alle 14.00, concluso il lavoro, sarei potuto tornare. Per andare dove? Era la settimana di Ferragosto. Tutti in vacanza, dunque.

Mentre ancora trafficavo in me con l’incertezza, a bordo dell’auto verso l’uscita dal campo scout, a passo d’uomo, sentii bussare sul vetro posteriore. Erano tre giovanissimi che avevano partecipato alla Route ed ora stanchi e felici e zaino in spalla tentavano di riguadagnare la via di casa. “Ci può dare un passaggio?”, mi chiesero. “Certamente”, risposi ancor prima di chiedere loro dove andassero. Nella mia incertezza, decise il destino, che ebbe quella volta il fresco volto dei tre giovani, due ragazze ed un ragazzo. Una volta saliti ed accomodati strettissimi sulla 127 colma di zaini, seppi che andavano a sud. Io, provenivo da Parma, da Nord, e là sarei dovuto tornare, sulla via di casa.

Li lasciai a destinazione, felici e grati, dopo due ore di curve e di viaggio. Sistemarono l’auto, i tappetini. Non finivano più di pulire e di ringraziare. Erano le 16.00. Non ero troppo lontano dal mare, credo. La stanchezza iniziava a farsi sentire. Temevo la fatica ed il sonno. L’adrenalina, la passione e la giovane età sono compagni fedelissimi e preziosi. Un viatico che non conosce ostacoli. Mi ricordai allora di Nomadelfia… La decisione presa, come spesso accade, mi tonificò. Mi diede nuova linfa vitale ed energia. D’improvviso non sentivo più nulla. Né stanchezza, né sonno. Nulla.

Alle 17.00 vidi il mare spumeggiare, poco oltre Livorno. In un luogo ed in un modo, con una luce nel tramonto che avrei di nuovo cercata in futuro e che mai più avrei vista uguale. Mi commossi, una prima volta, quel giorno. E forse fu solo la stanchezza. Fermai l’auto. In una piazzola panoramica, nei pressi di scogli scuri. Il sole tramonta tardi d’estate. Nomadelfia non avrebbe dovuto essere lontana. E poi, chi o che cosa può fermare un giovane innamorato, innamorato della vita, innamorato della professione a 26 anni? Contemplai a lungo l’orizzonte chiaro ed ascoltai estasiato il canto del mare.

Giunsi a Nomadelfia all’ora di cena. Poco prima del bivio che conduce su, e che avrei imparato a conoscere e ad amare negli anni, un sole rosso, tondo ed infuocato salutò il congedo dal giorno. Quasi una congiura della Bellezza. Accanto a me, il fido “Panasonic”, un registratore che oggi diremmo antidiluviano, pesante chi sa quanto, comprato per me dall’amico Renato per modica spesa alla stazione di Bologna, emetteva l’incantesimo degli adagi che il nastro restituiva. Guidavo, sempre più scosso e commosso. Forse fu solo la stanchezza.

La mia sconsideratezza (ma si fanno centinaia di chilometri senza uno straccio di appuntamento, solo trascinati dal filo di un impegno che fu promessa?) era stata premiata da una coincidenza. Parte del gruppo era rientrata a Nomadelfia a causa di un’epidemia alimentare. Senza quell’incidente non avrei trovato nessuno. Tra loro, ad accompagnarli, c’era la stessa persona responsabile della comunicazione e dei rapporti con la stampa, che avevo conosciuto la prima sera a Desenzano. E con la quale avevo parlato poi a lungo, sul Lago d’Iseo, nel corso di un’altra serata di Nomadelfia. A lui avevo detto che sarei tornato (andato), per un servizio su Nomadelfia.

Rimasi qualche giorno là. Realizzai uno tra i servizi che considero ancora oggi più significativi di tutta la mia esperienza giornalistica. Uno degli umanamente più compiuti. Uno dei professionalmente più importanti. Uno, se posso dirlo, dei più belli. Mi valse la copertina del giornale, la mia prima e forse una delle pochissime. Valse la citazione nelle prime righe dell’editoriale di presentazione del numero che il direttore stese. Avrei scritto altre volte di don Zeno e di Nomadelfia. Mai più nessuna ebbe quella compiutezza.

Fu allora, tornando, che pensai di proporre ad Elena di sposarci a Nomadelfia. Eravamo fidanzati da più di un anno. I segni di una ricerca appassionata e condivisa erano già del tutto evidenti a ciascuno di noi ed insieme. Sapevamo che gran parte del tempo storico dato alla nostra generazione non sarebbe stato il nostro tempo interiore. Troppi segni ci avevano già ampiamente scossi ed avvertiti. Da soli, prima, insieme, poi.

Ci saremmo voluti sposare l’anno successivo, nel 1980. Don Zeno ci aveva preparato al matrimonio durante alcuni incontri di non facile realizzazione. I suoi impegni, la distanza, il nostro lavoro. Un disguido burocratico ci impedì di rispettare la data prevista. La vera causa del ritardo, fu però l’impossibilità di trovare casa in tempo utile per non far scadere i documenti già pronti. Certi problemi, infatti, esistevano già. Per chi avesse scelto di vivere a schiena dritta, alieno ai compromessi, senza ossequi alle appartenenze, nel rifiuto della raccomandazione, la strada sarebbe stata, anche allora, già allora, in salita. E, talvolta, impossibile da percorrere. Certe attitudini antropologicamente endemiche erano già ben a dimora all’epoca, nel Paese. Ciò che oggi viviamo, ne è il coerente sviluppo e compimento. La degenerazione parossistica di usi e costumi diffusissimi. Per i resistenti di ogni tempo, la vita non è mai stata facile.

Dopo quasi due anni, trovammo finalmente una casa.Il 15 Gennaio del 1981, don Zeno Saltini concluse il suo viaggio terreno. Ci sposò il suo successore, don Ennio Tardini. Il 5 Aprile del 1981, Elena ed io coronammo il nostro sogno e il nostro cammino insieme si confermò nel segno di Nomadelfia. Lungo sentieri erti e solitari talvolta, dura ancora oggi. 32 anni dopo. Come un piccolo miracolo della ferialità e come un dono. La cui Luce attinge origini lontane e la memorabilità di un sogno di vita diverso. Perché, come scrisse don Zeno, “L’uomo è diverso”. Sempre. In ogni epoca. In ogni luogo.

 

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