Un dolce canto estremo.

Un dolce canto estremo.

[L'aruspice poeta interroga il Cielo.]

Tutto è iniziato, tra Élaine Audet e me, con un primo embrione di dialogo sulla TL. Era settembre del 2014, quando, con lieta sorpresa, ho trovato un mio tweet tradotto da Élaine. Ci seguivamo reciprocamente da tempo, su Twitter. Stimavo molto, e stimo tuttora, il suo lungo ed appassionato impegno, che avevo imparato un poco a conoscere qui. Soprattutto amavo ed amo, il verbo è giusto, la squisita qualità poetica di Élaine, che avevo la gioia di leggere spesso sulla TL.

È iniziato uno scambio, dapprima essenziale fino alla frugalità come accade sul SN, che si è aperto, e raramente succede, poi in un dialogo più ampio ed intenso, in gran parte condotto sulla TL, prima di sfociare nella diversa e più ampia forma dell’epistola elettronica. Serbo un ricordo bello e forte di quel periodo di lavoro, di reciprocità esperita sul filo vivo della parola, nel cuore intatto della poesia. Nutro per Élaine una gratitudine viva: le sue traduzioni, un dono per me prezioso, sono custodite in una carpetta azzurra, e mi apro in un sorriso, misto di nostalgia e di contentezza, quando, scorrendo le cartelle all’interno di “extemporalitas”, sull’HD, leggo: “Quaderno di traduzioni in lavorazione”. Tutto il prezioso dono di Élaine è serbato lì, nel suo formato digitale, insieme alle sudate carte che testimoniano di uno scambio serrato, di un lavoro appassionante, il suo. Dell’eccellenza della gratuità, quella che ho assaporato nella sua forma più decisiva, almeno per me, anche nella relazione spirituale con Élaine.

Quando, ai primi di Ottobre di quest’anno, mi sono congedato dal SN, una delle rare persone che ho ricordato esplicitamente nel mio post di saluto è stata lei. L’ho fatto con le parole che ho scritto qui sopra. Naturalmente, lasciare il SN non avrebbe dovuto [voluto?] significare per me dire addio a coloro che ho incontrato durante quegli anni. Il fondamento della parola è il valore che la sostiene. Senza una dimensione interiore attinta all’esperienza di colui che la scrive, vorrei dire che la vive, essa è un corpo inerte, nel migliore dei casi un elegante orpello stilisticamente ben attestato. Certo, il poeta non può rispondere altro che di se stesso, come del resto ogni creatura nel grembo del proprio giorno. Vita, parola e cosa. Non può e non deve secondo la mia visione etica, che è ed è stato il fondamento di un’esistenza e di una poetica, andare oltre la tentazione del dono, il porgere il canto ed in esso la propria vita stessa. Se esso torna all’origine, muto e senza eco, senza destino alcuno, nessuno oltre al poeta è portatore più o meno innocente di responsabilità ontologiche. Così la scrittura in Rete. Verso la quale e dentro la quale altri riporranno certamente visioni altre e più lievi, quando non smagate e/ovoracemente svagate. Dunque, la parola che ho impegnato sul social network, non diversamente dalla parola e dalla parola poetica di sempre, non è rimasta per quel che mi riguarda svolazzante e sospesa al filo esile di un fragile aquilone sospinto dal vento avaro delle promesse. Ci sentiremo. Ci scriveremo. Ci leggeremo. Ho tentato [«Le vent se lève... II faut tenter de vivre!», Paul Valéry, “Il cimitero marino”.], ancora una volta e come sempre, la via del dialogo, nel rispetto del canone aureo interiore che è mio e spero possa essere, nel segno della reciprocità, di altri. L’ho posto in esergo al blog: “Scrivo quando posso. Posso quando devo. Devo quando sento”.

Così, nei giorni scorsi, sono tornato da Élaine, anche da lei. Perché ho sentito che il filo del canto è teso fra noi malgrado talvolta il duro rinterzare della prova nella ferialità. Nell’orizzonte dei giorni. E dunque ho dovuto.

L’ho letta spesso, a lungo, di nuovo in questi mesi. Anche durante l’ultimo.

«Je traduis en mécréante…», mi scrisse in un suo tweet nei mesi della nostra intensa corrispondenza, quando fu lei a tradurre la mia poesia. «Peut-être que l’artiste est l’élève imparfait d’un Dieu qui lui [m. et f.] chante à l’intérieur […à la lettre, tout en respectant les mots et la parole…]. Mais on peut sûrement aussi traduire _l’élève imparfait de l’Infini_ [même minuscule]. Parce que entre Dieu, Infini, Éternel, n’a pas pour moi vraiment question…», le risposi con alcuni tweet successivi, nei quali proponevo anche una versione più spiritualmente ecumenica di un mio tweet da lei tradotto.

Élaine coglie, con estrema e delicata sensibilità, nella parola che canta, il fuoco acceso ed ardente che tende a rischiarare il suo stesso farsi canto. E lei, che si dice miscredente, sembra trascegliere con la mano lieve, che è solo dei veri poeti, gli accenti che più indulgono alla umana sete di infinito. La stessa che ci abita da sempre. Che accende da dentro l’essere creatura pensante, cosciente di un sé che tende all’Infinito ed all’Eterno. Qualunque fosse il nome preciso che nei secoli dei secoli abbiamo tentato di dargli.

Non amo il retorico encomio della poetica del dilettante, come se l’esercizio assiduo e non casuale della poesia fosse necessariamente orfano della sua flessione, della sua dedizione, della sua necessità primariamente vocata all’incontro. So che infinite volte gli epistolari dei poeti hanno svelato l’infinitamente aperta vocazione del cuore a varcare soglie, talvolta per inabissarsi dentro tale seducente ed irrevocabile chiamata. Io credo però anche all’abbraccio redento, quello che nell’invito all’incontro ed all’ascolto sente non già lo stimolo alla perdizione e la suggestione del primato della tecnicalità nella parola, ma il suo compimento nella comunione. Il diapason. Il sublime dell’abbraccio. La stretta di mano che accade, secondo la visione dell’amato Celan.

Credo che la qualità umana di Élaine abbia merito nell’avvento e nel sostegno di tale incantesimo, nell’incontro della poesia che si esercita per varcare un’altra soglia, quella di una lingua non condivisa. Credo che l’attitudine maturata nel suo impegno, posso scrivere femminista?, l’abbia aiutata nell’esercizio di quella qualità relazionale che fa dell’incontro dei diversi un’epifania di comunione. Diversi per sesso, per lingua, per convinzione profonda, certamente nelle pratiche esistenziali. Portatori ciascuno di un’asimmetria esistenziale, religiosa, sociale, culturale che solo il fuoco di una passione redenta, per il poeta dalla vita e nel canto, sa accendere per tentare di saldare la cesura. Vocati all’incontro che spinge all’abbraccio, superando soglie, che ci sono, accettando responsabilmente frontiere, anche di senso. Volando, però, quando la parola [la Parola?] si accende della scintilla appassionata che fa dell’Infinito un incantesimo. Preludio di eternità e certezza di condivisione nel qui ed ora della storia. Che, dell’eternità, è un’ipostasi.

Dieci canti.

Nei giorni scorsi ho iniziato a tradurre alcuni tweet di Élaine Audet, scritti da lei nell’arco temporale di circa un mese. “Un dolce canto estremo”, è stato il titolo che subito mi hanno ispirato, prima ancora di chiedermi quale fosse l’eventuale natura di una loro coerente poetica. Non so se vi fosse qualche progettualità in questa successione del suo esercizio poetico. Certo, anche ad un occhio profano non sfuggono la natura della sequenzialità, dettata da una contiguità temporale, giorno dopo giorno, e la reiterazione della domanda, sia pure posta in una sua forma indefinita: «Où va…». Non credo che tali caratteri siano sufficienti a delineare una prospettiva poetica coerente. Non costituiscono in sé fondamento di un’opera. Certo, possono rivelare un’intenzionalità. Non lo statuto interiore di un poeta. Del poeta. Eppure, posti così, uno accanto all’altro, in un atto funzionale alla traduzione, obbligano subito chi se ne occupa criticamente a staccarli dai precedenti e dai successivi. I dieci brevi canti di Élaine letti tutti insieme e in una prospettiva di continuità rivelano l’accorata tensione che anima il poeta. Uno stato interiore che lo pone e lo mostra a testa alta davanti all’orizzonte dell’Infinito. Per interrogarlo. Per porgli una volta di più ed una volta ancora le struggenti domande che abitano l’anima dei poeti in particolare e quella di tutte le creature in generale. Quelle stesse domande che, consapevoli del proprio umano limite, gli aedi osano: impetrando l’Eterno. Talvolta, portatori sani d’innocenza, scrutano l’abisso di sé e del mistero attingendo, o tentando di attingere, il minuscolo seme di Luce che alberga la parola. Una divinazione che l’intuizione del poeta porge quando attingendo l’infinito e l’eterno osa porre la parola futuro nel solco di una laica profezia. Talvolta il canto è, sa essere un’orazione laica: «Où vont nos pensées/ quand le large les porte à l’extrême/ avec un grain de beauté…», scrive Élaine Audet.

Così mentre le religioni della tradizione sembrano tramontare inabissate in un secolarismo ora cinico, la corruzione, ora violento, il terrore, l’arte, questo minuscolo ed irrevocabile accento luminoso acceso nel cuore dell’uomo, interroga a mani nude le soglie del mistero. Non servono al poeta credenziali d’appartenenza, le istituzioni, o gli accecanti e violenti bagliori dell’apparenza. Per dire la propria fedeltà all’umano che lo abita e che lo eleva sino alla soglia sublime della Bellezza. Nell’alveo incerto, e non di rado doloroso, di una solitudine senza risposte terrene, il poeta interroga da uomo libero il volto silente dell’ignoto. «Où va la vie quand soudain la mer roule au loin…». Non v’è nulla di retorico nelle accorate domande di Élaine Audet. Piuttosto la sincera innocenza di chi chiede al limite di sé l’audacia di superarsi. Per tentare, ancora una volta, di alzare lo sguardo oltre l’orizzonte. Oltre la leopardiana siepe. Mentre la modernità incalza con la sua rovinosa deriva secolare ed il naufragio sembra essere ormai il prevalente destino della sua origine, il poeta cerca il varco di una risposta possibile. La possibile risposta.

«Me restent la poésie et l’amour.», mi ha scritto nei giorni scorsi Élaine Audet. Credo sia il viatico testimoniale più significativo a sigillo di una vita vissuta da poeta. «Io voglio seguire la religione dell’amore: qualunque sentiero imbocchino i cammelli dell’Amore, è il sentiero della mia religione e della mia fede.», ha scritto il sufi Ibn ʿarabī, nato nel 1165 e morto nel 1240. La libertà, soprattutto da se stessi e dall’arroganza degli assolutismi impositivi e senza scampo, è un mezzo che aiuta chi si mette in cammino nella ricerca della verità. Il poeta è un cercatore di senso, non un dispensatore di certezze. E’ una mite creatura del limite che accetta con coraggio di ergersi nei pressi della soglia estrema per porre con dolcezza le domande di cui l’uomo ha sete, nella sua infinita sete d’eterno. Élaine Audet lo ha fatto nei suoi dieci canti che ho avuto la gioia di leggere e di tradurre.

 

la sera del 3 Novembre 2015

 

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 [Il viaggio.Dieci Canti di Élaine Audet  tradotti da Giordano Mariani ]

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["Il viaggio.Un dolce canto estremo."
Dieci Canti di Élaine Audet tradotti da Giordano Mariani Qui è possibile leggere o scaricare la plaquette digitale con i testi originali di Élaine Audet, un commento e la traduzione di Giordano Mariani.]

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