Una sinfonia di giorni vissuti. [Un coro di cicisbei]. [Due]


Una sinfonia di giorni vissuti. [Un coro di cicisbei].[Due]

Si spengono ad una ad una le stelle amiche. La notte rimane, la sola compagnia. Anche la luna, calda di luce e solitaria, scompare piano e lenta alla vista. L’alba è una promessa lontana. Tu tieni il viaggio stento. Stai sulla soglia. Al limite, al confine. Sogni passi d’addio. Congedi dal qui ed ora, promesse di domani.

Quale cammino, ancora, prima dell’Aurora?

I tempi ad Occidente reclamano tutto il futuro. Soli nel margine sussurrano i poeti. I maledetti, prima. I decadenti, poi. I balbuzienti all’infinito, l’anima segnata e vinta dalle contraddizioni, ostentano vessilli di parole. Effimeri gadget di solerti comunità nella contemporaneità d’intenti. Così lontani, tutti, dalla comunione.

Quando verrà la tua stretta di mano, in un futuro che sai lontano?

Celan s’inabissa nella Senna. La sua parola apre tempi nuovi in cui resiste, lacerto di una Bellezza che fu, alta. Qualcosa… Oltre il nome e la cosa. Creatrice, ancora.

Tu caracolli sul ciglio del fiume, ubriaco di profezia. C’è sempre uno scarto fra il tuo tempo interiore ed i tempi che vivi. Lo spaesamento è una luce che affiora, nitida in te e ferma sull’orizzonte.

Quando si compirà l’amato canto nelle feriali ore?

Ti abbracciano profonde certezze sorelle. L’effimero canto delle sirene risuona lontano, alla foce del fiume. L’eletto consesso dei vinti è un amico fraterno, un seme di luce nel campo, sotto tutta la neve del tuo fremente inverno. La linea retta avuta in eredità dai tempi, l’Epoca morente, sembra frangersi in infinitesimi frammenti. Il fiume perdersi in rivoli senza destino.

Chi terrà il filo d’oro della memoria teso e vivo nella speranza, nel domani?

Il secolo stende un manto d’oblio. La realtà trova rifugio nella fiaba. Idoli di cartapesta campiscono la scena. Una invisibile resistenza mormora, come un giunco nel vento. L’impossibile ha teso un agguato all’utopia. La ferialità, l’altare di ogni sacro compimento, pare un inutile orpello. Nel teatro della menzogna. La rappresentazione annichilisce ogni forma di messaggio. Un incantesimo, la comunicazione, rende di pietra le coscienza. Una foresta inane ed inerme.

Come la storia avrebbe trovato ancora il rivo innocente?

La realtà, il sacro destino di ogni parola, atterra l’ala del poeta che, solo, s’invola.

Dove, dunque, il varco?

L’anima mormora nel silenzio contemplante.

C’è stato un giorno in cui l’alleanza trinitaria tra io, parola, mondo, sembrava essere l’eco dell’istanza divina. In cui camminare, minuscole creature, felici e definitive come solo sanno essere le ipostasi del cielo.

Come era bella quell’ora e come giovane di speranze e non più di anni risuonava nel cuore di tutti la voce!

Poi abbiamo perduto l’innocenza. Abbiamo d’improvviso saputo che ciascuno ha un proprio impotente dolore che schiaccia sulla soglia dell’ego le promesse oblative di sé.

La menzogna ha tessuto nuove sante alleanze.

Le piccole tribù degli uguali a se stessi, degli uguali fra loro, hanno costretto all’esilio di nuovo, dopo un breve soliloquio tra pari, gli umani senz’ali, il poeta.

Le parole incollate al vetro freddo del reale come promesse e delizia, appannato dal fiato di corto respiro, aggrappato il tempo, allo spettro di un sogno smarrito. A un inane silenzio.

Mentre un coro di cicisbei regge l’ombra del giorno a madama. O forse a quel che ne resta nell’occidente secolarizzato e postmoderno, rotto a tutte le rappresentazioni e a tutte le eccellenze performative, fra panel et circenses. Un retorico esercizio di ambiziose pratiche della vanità.

 

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