«Una stella incoronata di buio». [1]

«Una stella incoronata di buio». [1]

Non scrivo quasi mai in merito ai libri che leggo. Preferisco che le mie letture decantino e riposino in quella lenta e profonda ruminazione che è la meditazione compiuta nei sintagmi riflessivi della prassi. Nella vita feriale. Nel gesto quotidiano.

In quasi quarant’anni di scrittura pubblicata, ho recensito pochissimi testi. Meno di dieci, credo, azzardando a memoria un’approssimazione che ritengo a prova di smentita, per quel che importa.

Avrei voluto fare un’altra eccezione alla pratica (l’undicesima, forse?), recensendo il libro “Una stella incoronata di buio”, scritto da Benedetta Tobagi (Einaudi, 2013). Decisi che lo avrei letto quando, il 12 Novembre scorso, ne scrisse Gad Lerner.

Pochi giorni dopo, il 21, il libro di Tobagi era nelle mie mani. Ho terminato di leggerlo il 25 mattina. 438 pagine, escluse le “Note e le fonti” ed i “Ringraziamenti”, che pure ho scorso per intero o ampiamente compulsato. Quattro giorni. L’arida contabilità denota una cifra interiore ben più significativa ed eloquente. E’ stata una lettura senza requie, appassionata e travolgente. Come sempre accade quando chi scrive ti avvince alla parola, in un dialogo fitto e senza remissione con il profondo di te, scosso sino alle sue fondamenta.

Devo prima di tutto un grazie a Benedetta Tobagi, che con il suo lavoro mi ha convocato a riflettere su un periodo che fu soglia della mia vita adulta, precisamente la sua origine, che avevo a lungo e dolorosamente metabolizzato. Potrei dire che lo avevo scontato negli anni immediatamente successivi quel decennio, vivendo nel tentativo di riscattarlo. Malgrado non abbia mai evitato di fare i conti, giorno per giorno, con quella memoria, con i suoi strascichi autobiografici che inevitabilmente sono affiorati ed hanno informato anche parte della mia piccola, intera storia personale.

Forse è accaduto che vi sia tanto intensamente tornato perché, con lo stimolo benefico del libro di Tobagi, è vero quel che ha scritto Eliot. “What we call the beginning is often the end/And to make an end is to make a beginning./ The end is where we start […]”. (Thomas S. Eliot, “Quattro quartetti”, Garzanti, 1984, “Ciò che chiamiamo il principio è spesso la fine/ E finire è cominciare./ La fine è là donde partiamo […]”, trad. di Filippo Donini). Ed io credo e sento di avere iniziato il tratto finale del cammino terreno.

Quando ho terminato di leggere il libro, sono rimasto a lungo con alcuni interrogativi aperti. Il primo riguarda me stesso ed i motivi di un tanto intenso e profondo coinvolgimento. Ho capito che recensire il libro avrebbe significato tentare di affrontarli apertamente ed in modo il più possibile esaustivo. Il farlo, però, mi avrebbe portato assai lontano da una tipologia testuale che è per sua natura essenziale. L’ho fatto. Ho assecondato e lasciato accadere un incalzante esame di coscienza aperto a tutto. Ne è nato un testo che non è certamente una recensione. Non saprei come definirlo, in sé, anche se il merito e la genesi mi paiono chiare. E’ nato dal tentativo di individuare e di fermare fin dove mi è stato possibile almeno le domande, se non le risposte, che mi sono nate dentro, leggendo, ricordando, riflettendo. Ed è stato inevitabilmente un confronto critico con il testo, compiuto a partire da un’esperienza personale. Che genere testuale sia quello che è scaturito da tali premesse, non so e non mi importa qui saperlo.

So perché è accaduto. Lo so con la certezza dell’intuizione, con la sublime fissità della memoria che calcina sul fondale dell’esperienza la verità di te. Il giovane che fosti, l’uomo che sei. Ai margini della storia, certo, ma ben vivo sempre nella sua flessione esistenziale. In una coerente declinazione di sè. Potrei dare qualche indizio, nominale, spaziale, temporale. Solo un testo ampio ed approfondito potrebbe tentare di spiegare i tanti perché, che sono all’origine di una così coinvolgente lettura. Dare risposte adeguate a stimoli, successioni, ricorrenze biografiche, soglie interiori.

La narrazione di Benedetta Tobagi ed il suo acume indagatore, la sua sapiente mano di storico, intrisa però di un umanesimo ignoto ad altre più paludate letture, trascina l’io che legge, il mio nel caso, al diapason di una irresistibile risonanza. Ci sono, nel libro, nomi, luoghi, eventi che risultano evocativi con la forza della flessione autobiografica. C’è uno sfondo, storico esistenziale. E c’è un fondale, un’eco interiore, la mia, che sa molto meno di un’accurata ricostruzione storica, ma conosce molto più nell’impeto di una coscienza dolorosamente lucida negli anni della giovinezza irrisolta. Nel transito da una condizione di piccolo borghese a quella del tutto ignota di una qualità sociale imprevista ed imprevedibile, mai fino in fondo a segno nell’infinita transizione che ha coinvolto il nostro Paese in quegli anni, e non solo, e che Benedetta Tobagi delinea nelle sue linee essenziali.

Con folgoranti stilemi di scenario che costruiscono gli assi portanti del Dopoguerra, una prima transizione, dal fascismo alla Democrazia. Gli stessi accenti, identici in un caso almeno, che sono stati vivi spesso nel racconto di mia madre che fu staffetta partigiana. O che sintetizzano nella forma quasi aforistica e però bene a dimora nei panni della storia gli anni della mia giovinezza, a cavallo tra il Sessantotto e l’inizio degli Ottanta. Quando Tobagi sembra tagliare, proprio addosso ad un profilo ribelle ed insieme perduto ed allora piuttosto diffuso, un’icona di senso che pare identica a quella che ho per lunghi anni insieme blandito patito e temuto. Sempre sull’abisso di una qualche rovinosa caduta nei cotés turbati e turbolenti di quegli anni. Un’altra transizione (infinita?) la mia questa volta, nel cuore della storia del Paese.

Potrei iniziare da qui, ritrovare le pagine precise delle due citazioni che riguardano tali passaggi e svolgere intorno ad essi la risposta alla domanda: perché tanto e tale coinvolgimento nella lettura di una Storia che mi ha visto in fondo sempre al margine quando non anche straniero (solo estraneo?)?. Una fra le tante possibili. Perché un libro che suscita in me tante e tali risonanze? L’ipotesi che sia stata la sola e semplice memoria degli anni giovanili andati via per sempre, per quanto essi costituiscano sempre un suggestivo catalizzatore di memoria, non è sufficiente a motivare una risposta.

Quando ho finito, ma più volte durante la lettura ho avuto pause, mi sono ritrovato sospeso su di un interrogativo aperto. Che cosa è stata la mia vita rispetto alla Storia che mi è scorsa accanto? Dov’ero e dove sono stato e dove sono nella scena che Tobagi costruisce con architettura storica esemplare e con talento narrativo di sapida vena umanistica? Perché a sessant’anni, tanti ne ho, e a quaranta e più di distanza dagli eventi, ancora tremo avvinto a certi passaggi ed alcuni nomi mi squarciano la memoria e trasalisco sulla sedia quando altri episodi mi si staccano davanti con il profilo della presenza al reale?

Ci vorrebbe un libro, sì, anche solo per solo tentare di rispondere.

«Una stella incoronata di buio».[2]

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