«Una stella incoronata di buio».[2]

«Una stella incoronata di buio». [1]

«Una stella incoronata di buio».[2]

Sono stato negli anni della giovinezza ai confini dell’emarginazione. Oggi si direbbe un candidato border line. Dopo essere stato sempre un primo della classe (oltre il Sessantotto, almeno fino al Settanta), mi sono auto confinato nella marginalità sociale, coltivando profili sempre più a rischio. Lo scenario che Tobagi tratteggia non è così lontano dai fondamenti causali di tale parabola. Lì ho iniziato a lottare contro vento (e contro me stesso, prima di tutto: avverso all’io borghese che ero stato educato ad essere e che era ben vivo in me) dopo essere stato a lungo, durante tutta la mia allora ancor breve vita, un prediletto dalla sintassi istituzionale, sociale ed anche scolastica. Non interessa nessuno qui ora indagare i motivi. Preme, a me, per trovare il filo della risposta, dei perché, cogliere l’intersezione esistenziale e di senso fra la Storia, la maiuscola, che è tema della Tobagi, e la mia piccola vicenda personale e feriale, se uno ce n’è. Che cosa di tanto significativo ha non solo lambito la mia coscienza, ma ha al tempo stesso rivoltato la mia piccola autobiografia da rendermi affascinato nella lettura ed inquieto nella riflessione che essa ha suscitato? Eppure ho trascorso gran parte della mia vita a meditare sul rapporto tra la mia origine ed il mio destino, alla Luce di una visione altra rispetto a quella della Storia che mi è passata accanto e della ferialità che sono stato chiamato a vivere.

Già durante la lettura, ho sentito affiorare alcuni indizi, forse secondari, che concorrono però tutti insieme a formulare un tentativo esaustivo di risposta.

L’articolo citato di Gad Lerner. Dopo poche righe, ho capito che avrei comprato e letto il libro. Il testo del giornalista è stato decisivo nell’orientare la mia scelta. Insieme ed ancor più delle parole, lo è stata, però, l’immagine di Arnaldo Trebeschi che piange chino sullo striscione che copre il corpo esanime di suo fratello Alberto, e che ha suscitato in me ancora una volta (quante volte l’ho rivista in questi decenni?) un profondo turbamento e commozione. E’ lui la persona ritratta nella fotografia che illustra l’articolo di Lerner. Fu mio insegnante di Fisica, il primo anno all’ITIS “Castelli”, nel 1967-’68, credo. Non riesco a ricordare invece i motivi per cui ebbi tra i miei insegnanti di Fisica lo stesso Alberto, forse per un breve periodo, in prima. Erano gli anni del preside fascista (proprio quello che cita sia pur fugacemente Tobagi stessa), quello che in una mattina d’autunno del ’67 mi chiamò in presidenza insieme ad altri compagni di altre classi per affidarmi, per meriti, il profitto, maturati nel corso scolastico precedente, l’incarico di capoclasse. Un’investitura solenne e piuttosto impegnativa. Fu uno dei primi profili personali accreditati istituzionalmente dei quali feci strame, a partire da quasi subito, per tentare di liberarmi del me stesso borghese che ero stato e che ancora sopravviveva in me. Avvicinandomi con gli stivali delle sette leghe a quell’abisso di solitudine morale e sociale che non trovò alcuna risposta per un decennio almeno, in quegli anni turbolenti, se non una sempre più vasta e profonda dissipazione (di me stesso). Evidentemente, le limpide (e rarissime) figure istituzionali che incontrai non furono sufficienti a corroborare la fiducia che avevo sempre mantenuto fino a quel tempo in loro (ed in me stesso). O forse, purtroppo, le incontrai solo marginalmente ed unicamente come insegnanti e per brevi intervalli di vita e ciò non fu sufficiente ad arginare la deriva ribelle in cui mi stavo infilando.

«Una stella incoronata di buio».[3]

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