«Una stella incoronata di buio».[3]

«Una stella incoronata di buio». [1]

«Una stella incoronata di buio».[2]

«Una stella incoronata di buio».[3]

Benedetta Tobagi. E’ il suo primo libro che leggo, ma perdo pochi degli articoli pubblicati sul quotidiano “la Repubblica”. La stimo da lungo tempo. Non vi sono tracce che attestino tale mia valutazione, se non forse qualche piccolo segno, come questo, per esempio, un twitt del 2 Febbraio 2011:

«“…ovunque si sono affermate forme di perversione morale…”. Benedetta Tobagi, intensa e vera. Da leggere. http://tinyurl.com/5vhmmjk».

Ho lasciato sullo sfondo del suo talento personale, che ho apprezzato per qualità della riflessione, il nome di suo padre, Walter Tobagi. Ho fortemente coltivato tale distinguo, come succede sempre per le persone che stimo per la qualità etica che traspare dalla loro testimonianza. Solo durante la lettura di questo libro, forse invitato dalle lievi ma significative contaminazioni autobiografiche che Benedetta Tobagi stessa introduce, mi sono ricordato di una circostanza. Sulla quale sono tornato altre volte, nella vita, ma mai per associazione con lei, che pure leggo da tempo.

Quando suo padre venne ucciso, il 28 Maggio del 1980, avevo 27 anni. Da poco più di due, lavoravo in un mensile editato nella mia città. Ad aprile di quell’anno, dunque da un mese soltanto, avevo ottenuto l’iscrizione all’albo dei giornalisti, pubblicista. L’approdo al giornalismo aveva significato per me la fine di un cammino di auto dissipazione iniziato nel Sessantotto. Il tesserino era il sigillo istituzionale, il segno di una minima ricongiunzione fra il margine esistenziale nel quale mi ero cacciato e che avevo accuratamente coltivato con comportamenti che mi erano valsi numerosi ed aspri scontri con mio padre ed una certa solitudine, anche fisica. Un decennio infernale, anche se non privo di un suo fascino. Un percorso di iniziazione alla ribellione le cui tracce non avrei saputo più cancellare, nemmeno quando i prodromi sembravano del tutto scomparsi sotto il manto di un nuovo percorso esistenziale adulto. Mio padre era un giornalista ed io avevo iniziato, sin dalla prima adolescenza, un efficace cammino di distruzione della sua figura culminato nell’apoteosi legittimante sessantottina: la “contestazione”, globale, ricordo. Ai motivi personali, familiari, affettivi, e psicologici, si erano aggiunti in una miscela esplosiva gli argomenti sociali, sociologici. Allora non ne avevo una così piena coscienza, comunque tale da ascrivere i miei comportamenti ad un preciso orizzonte politico. Certe pulsioni profonde erano inconfessabili persino alla ristretta cerchia di amici più cari e talvolta non sapevo rivelarle nemmeno a me stesso. Lo avrei fatto più tardi, molti anni dopo, in modo lucido, consapevole. Quando non avevo più nessuno dei compagni di allora cui confidare la verità ed i motivi per accamparla in me stesso erano divenuti testimonianza personale.

“Ma perché?”. La domanda, ripetuta con tono accorato, mi era stata rivolta da un amico molto più giovane di me, quasi trent’anni di meno, in un giorno di primavera, verso la fine degli anni Novanta. Unostupore condiviso dagli altri presenti, tutti raccolti in un pugno di anni, cinque. Già, perché? A pranzo ci eravamo allargati come spesso accadeva in un clima di reciproca confidenza e curiosità nei confronti uno della storia dell’altro. Quando mi avevano chiesto qualcosa della mia vicenda professionale, avevo introdotto insieme al canone ribelle anche la sua genesi, che attingeva quella prima, lontana dirompente dissidenza: umana, familiare, professionale, sociale. Di classe, si sarebbe detto negli anni del suo compiersi in me. Anni nei quali vigeva un altro canone aureo: “il personale è politico”.

Già, perché? Ci sono cose che capisci bene e a fondo solo con l’età e a distanza di anni. Sono le stesse che spesso non riesci più a condividere con altri, assai più giovani di te e privi dei fondamentali interiori in grado di sostenere una conoscenza condivisa. Ci sono verità di te che ti confinano in un imbarazzante (doloroso?) solipsismo. Atti, fondamenti etici, verità che nel contesto in cui li vivesti sembravano essere, nella loro calcinante presenza reale, ineluttabili. Irrevocabili esistenzialmente. E che all’improvviso si sciolgono come neve al sole quando cerchi di darne testimonianza davanti ad altri che non ne hanno esperito il senso e che sono privi di quegli accenti che costituiscono le soglie dell’accesso ad una verità condivisa.

Certo, in un Paese alla deriva, saturo di corruzione, di soggetti antropologicamente dotati di una spericolata visione della legittimazione familistica, fideisticamente vocati al culto dei vincenti sempre e comunque purchessia, è sempre stato, anche nel sessantotto, assai difficile tentare la condivisione di una prospettiva ideale, sapida seppure sconfitta, in luogo di un’accurata predilezione dell’interesse di parte, anche quando illegittimo ed insipiente.

Già, perché? In fondo, era la stessa domanda che, con toni diversi e un poco più irritati, mi poneva sempre anche mio padre, davanti ai troppi, inesorabili fallimenti cui mi autocondannavo. Dapprima afflitto da un ribellismo non privo di accenti estremi tipici dell’adolescenza, poi sempre più persuaso da una tensione etica. Che, lo scoprii presto, era ancor più difficile da vivere, priva com’era della sua flessione trasgressiva ed esplicitamente tale, rispetto alla ribellione del giovane che ero stato.

Benedetta Tobagi, nel libro, definisce Manlio Milani “zio”. Il rapporto che lega l’autrice ad una persona che ha perduto nella strage di Brescia la moglie e sicuramente almeno due tra gli amici più cari, è una delle cose più belle che ho scoperto leggendo. Non voglio avvilirlo chiudendolo nel segmento piccolo delle definizioni. Ne scrivo qui, poco dopo avere denunciato la mia impotenza generazionale a condividere una scelta etica, perché in Tobagi e Milani si compie il miracolo opposto. L’incomunicabilità fra generazioni, sfiora la soglia della comunione. Le loro storie pur così lontane fluiscono nel raggio luminoso di una comprensione profonda, oltre gli steccati generazionali che avrebbero potuto dividerli. Camminano insieme davanti alla storia e nella vita. Lo “zio” è il testimone eccellente di un mondo fitto d’ideale, di dolore e di fatica che lei ha conosciuto solo in parte e che in qualche modo, rivela qui e là nelle pagine del libro, sembra rimpiangere. Denunciando la mancanza di alcuni dei caratteri primari e costituivi di quell’esperienza, così intensa e così eticamente tesa ed umanamente bella. Se posso concedermi una licenza interpretativa, solo sfiorando le rispettive biografie, che conosco poco, vorrei dire che il dolore è (può essere) un viatico sublime di comunione. Abbatte muri invalicabili nelle relazioni sapide di chi, invece di chiudersi su se stesso a coltivare rancore, si apre all’altro con speranza e con fiducia, malgrado la ferita violenta della prova lasci sul cuore di chi soffre cicatrici mai per sempre chiuse.

«Una stella incoronata di buio».[4]

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