“Una stella incoronata di buio”.[4]

«Una stella incoronata di buio».[1]

«Una stella incoronata di buio».[2]

«Una stella incoronata di buio».[3]

Il pomeriggio del 28 Maggio 1980 sedevo sotto una pergola con la persona che sarebbe diventata mia moglie. Eravamo appena scesi dall’autobus, al capolinea, in una frazione cittadina dove era sorto uno dei primi grandi supermercati. Niente a che vedere con gli attuali centri commerciali, anche se si trattava di un complesso di tutto rispetto, soprattutto per gli standard dell’epoca. Avremmo voluto vedere non so più quale elettrodomestico o accessorio per la casa: ci saremmo voluti sposare entro poco e riuscimmo nel nostro intento l’anno successivo. Eravamo in anticipo sull’orario di apertura. Non so perché, quel giorno non avessi ancora comprato il quotidiano. Nell’attesa, raggiunsi un’edicola poco lontana. All’epoca, la rete non esisteva. In compenso, venivano pubblicati alcuni quotidiani del pomeriggio. Fu in prima pagina del più diffuso tra di essi che lessi la notizia dell’uccisione di Walter Tobagi. Tacemmo a lungo, mia moglie ed io, sgomenti. La bella giornata di primavera, carica di promesse condivise da vivere insieme, si era fatta improvvisamente triste. Forse non rinunciammo al nostro impegno presso il centro commerciale. Certo, indugiammo nella lettura. Allora, ero un lettore fedele del Corriere della Sera, lo sono stato per quarant’anni, giornale nel quale Tobagi lavorava dal 1972. Il 20 Aprile di quello stesso anno, poco più di un mese prima, aveva pubblicato un articolo memorabile dal titolo “Non sono samurai invincibili”. E’ un articolo che ho linkato spesso, in questi anni, ogni volta che si è presentata una circostanza propizia.

La mia fragile impalcatura, imbullonata da poco con i ganci istituzionali della professione, era già di nuovo minacciata dalle domande di senso che avrebbero dovuto ispirare il mio impegno, umano e professionale: ed io quanto e come lo avevo seguito nella testimonianza personale?

Il pomeriggio del giorno dopo, solo in redazione, mi giravo tra le mani il tesserino. Da qualche parte, in una delle carpette dell’archivio, conservo uno dei rari testi scritti a mano e mai tradotti in bella copia. Con macchina da scrivere o più tardi in formato digitale. Sono sicuro di averlo conservato, sebbene in un luogo piuttosto remoto, perché in anni recenti l’ho cercato e ritrovato. Senza poi farne nulla. E’ l’inizio o l’abbozzo di una lettera che scrissi piangendo quel pomeriggio, mentre mi interrogavo sul senso dei miei anni, su quale significato avesse la mia piccola esperienza professionale se altri pagavano con la vita la propria volontà di capire e di condividere le verità intuite, se il mio modestissimo profilo di giornalista non fosse troppo fragile ed infine inutile rispetto alla drammaticità della storia dentro la quale ero immerso…Se non fosse stato più dignitoso nella luce della coscienza dei miei giovani anni restituire la tessera, affinché altri più meritevoli di me potessero continuare nel dare testimonianza ed in ciò ristabilire un tessuto civile più degno… Credo che ad un certo punto e dopo tempo la penna fosse caduta da sé. Vittima di tutti i ricordi che il decennio da poco concluso lasciava affiorare: fresco di sconfitte, di marginalità, di rinunce. Ancora una volta tu, e proprio ora. Non sentivo tanto il peso di un compromesso, che non stavo certo subendo, quanto l’incantesimo di un valore alto che non sapevo o non potevo nell’angustia del mio limite anche personale testimoniare in modo umanamente dispiegato. Le dimissioni che diedi, quasi vent’anni dopo, dal giornale, avevano iniziato a lavorarmi il cuore, con la luce della coscienza, già lì. Ora lo so.

Credo che il ricordo di suo padre sia però l’ultimo tra i motivi che potrebbero in qualche modo rispondere alle domande che mi sono posto riguardo alla lettura del libro di Benedetta Tobagi.

Dunque? Ci sono i luoghi, certo, con molti dei quali ho intrattenuto una assidua familiarità, nella città in cui sono nato e fino a 36 anni ho vissuto. Non ne ho amato molto il profilo socio economico e politico, che la stessa Tobagi tratteggia in modo preciso e, per le necessità del contesto narrativo, esaustivo. Certo, non c’è angolo o pietra della città che non mi possa parlare e raccontare una storia in gran parte condivisa. Quando scrive del monumento dedicato a Nicolò Tartaglia matematico e della Chiesa di Santa Maria Calchera, una folla di ricordi m’incalza. Scorrono gran parte delle figure familiari a me più care in quel lacerto di memoria sollevato dalla sua narrazione. Nulla e nessuno, però, che mi riconduca, sul filo di un’esperienza squisitamente personale, in medias res, alla strage, nella traccia di un’esperienza squisitamente personale.

In piazza Loggia del resto, quel 28 maggio, non c’ero. A fine aprile, ero partito per Glorenza, a pochi chilometri dal confine svizzero, dove avrei svolto parte del servizio militare. Però rammento perfettamente cosa successe quel giorno. La notizia ci era comunque giunta. Ricordo lo sgomento, l’ansia che ci prese nell’attesa di saperne qualcosa di più. Fu solo a sera, nell’unico locale del paese, credo, che alcuni di noi poterono vedere. Ci eravamo recati subito là, allo scoccare della libera uscita. Vidi, credo, uno dei pochi telegiornali della mia vita, in quell’occasione ed in quella sede. Non ho mai avuto la televisione, dopo che a 19 anni, sono uscito di casa. Ricordo il silenzio che ci attanagliava, l’impotenza che piano piano saliva in noi, il desiderio di essere una coscienza civile nell’inutilità di quel servizio che all’epoca e sicuramente alcuni fra noi sentivano e vivevano come inconcludenza punitiva. Ricordo alcuni nomi e volti, tra quelli in quei giorni a me più vicini. Forse non erano con me nel locale: le rispettive destinazioni ci avevano già divisi. Che fare? Nulla si sarebbe potuto. Che dire? La riflessione personale si smorzava appena dentro la caserma, non certo l’ambiente ideale per dare libero sfogo alla sete di verità e di giustizia. Una sola cosa posso dire con onestà intellettuale: non so se sarei stato in piazza, quel giorno, trovandomi a Brescia. Non voglio millantare un credito ex post che mi ha disgustato in altri, quando l’ho visto posto in essere con qualche blanda credibilità personale. So che quell’impotenza e quell’assenza hanno sussurrato in me, per anni, come una ferita. I giorni successivi, zaino affardellato, pronti per la marcia di addestramento al campo in adunata, senza nemmeno il conforto delle coscienze più illuminate al mio fianco, le due o tre che pure avevo avuto la gioia ed il bene di incontrare lassù, la fatica altrimenti accettabile mi sembrava un esercizio di stupidità ancor più eloquente di prima e di sempre. Lo ammetto: la mia sete di rispetto per l’istituzione in sé e soprattutto per le persone che ne incarnano il significato nel ruolo, ha conosciuto spesso esitazioni drammatiche. La coscienza politica, se di quello si tratta, matura dentro una risposta di senso. Quando l’insensatezza non riesce ad abbozzare nemmeno l’embrione di una risposta di verità e giustizia, il rispetto, lo ammetto, vacilla. Ero ancora pienamente dentro il decennio infernale della ribellione e forse è stato quel ribollire dell’anima in una memoria evocata ad incollarmi senza sosta alle pagine di Tobagi.

«Una stella incoronata di buio»[5]

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