«Una stella incoronata di buio».[5]

«Una stella incoronata di buio». [1]

«Una stella incoronata di buio».[2]

«Una stella incoronata di buio».[3]

«Una stella incoronata di buio».[4]

Il fatto che Benedetta Tobagi abbia scelto di intitolarlo “Una stella incoronata di buio” e di iniziare il libro con i versi di un poeta, Pierluigi Capello, di cui ho letto talvolta, non è stato ai miei occhi fin da subito privo di significato. Un altro indizio per le risposte? Il sentiero di luce si inerpica dunque, anche per Tobagi, nella contemporaneità, lungo le crode del canto, dopo il Novecento, un secolo tragico, e dentro il Duemila, quando inizia il millennio della mistica, secondo Raimondo Panikkar? Inatteso, qui, ma al diapason dell’intesa, nella risonanza interiore, un altro poeta: Paul Celan. Una scoperta che ho fatto presto, ben prima di terminare la lettura del libro: mi è successo sfogliando il volume per consultare le note. E’ stata una rivelazione che mi ha tagliato il fiato: Paul Celan. Un’altra “stella incoronata di buio” del secolo in cui è maturata anche la strage di Brescia? Proprio la sua presenza dirompente nel contesto me lo ha fatto lasciare sullo sfondo durante tutta la lettura, affinché la profonda visione che da sempre sento viva in lui non si sovrapponesse, in questo lacerto di storia che è la storia della strage di Brescia, al limpido scorrere della narrazione.

Benedetta Tobagi ha posto all’alfa ed all’omega della sua opera due poeti: un seme inappuntabile di senso. La strage di Brescia è stata, dunque, una notte della storia (nel deserto?), una delle tante del Novecento? Celan, un viatico di luce, il testimone? “ …Una/ stella/ha forse ancora luce/. Niente,/ niente è perduto.”. Lo cita così, proprio in chiusura del libro: ecco la stella, ancora incoronata di buio. Il buio deserto del Novecento è illuminato dal canto del poeta.

«- Questa frase che hai detto. Potrebbe essere il titolo del tuo libro-». Marianella, la vedova di Gastone Sclavi, scorre i suoi appunti, mentre chiacchieriamo nella penombra di casa sua, […]». Benedetta Tobagi racconta la sua intervista. «– Hai detto “il deserto che è venuto dopo”-, Marianella cerchia più volte le parole con la penna e me le mostra.», prosegue. L’intervistata ha colto una frase che l’autrice ha pronunciato nel corso dell’incontro e l’ha a tal punto colpita da suggerirle di utilizzarla quale eventuale titolo del libro.

«[…] Sì, l’ho detto. L’ho pure scritto, senza accorgermene, sul mio quaderno (il sesto, ormai, da quando ho cominciato questa ricerca).

 Hai ragione, – continua lei, pensierosa. – Dopo è venuto il deserto. Potrebbe davvero essere un titolo,

 Ricorda bene gli anni di Brescia. Anni densi, felici, anche dal punto di vista personale: lei e Gastone hanno due bambini. Marianella ricorda la generosità delle persone, il senso della prospettiva, la bellezza di quella sensazione di stare costruendo il futuro. Tutto sembrava possibile.

 Invece non era vero.

 Sclavi, appena trasferito, torna a Brescia con la moglie per i funerali dei loro amici. Il 1974 marca una cesura netta, non solo nella loro vita e in quella della città. Per il sindacato, nonostante lo strapotere apparente, comincia una lenta inesorabile autolisi. La crisi economica pesa, ma i ritardi culturali saranno fatali. La sinistra istituzionale si avvita su stessa, il Pci si logora nella mediazione tutta politica e istituzionale con la Dc e abbandona a se stessa la pressante domanda di cambiamento che monta sempre più forte dalla società. A Brescia è la bomba a troncare una stagione di speranza. Sul resto del Paese, calerà ad asfissiarla lo sfacelo del terrorismo rosso.».

Quando scrissi «Deserti incanti», il testo in cui per la prima volta dedicai a Paul Celan un’ampia riflessione, non sapevo ancora che anni prima il poeta aveva intitolato “Un canto del deserto” il poetico prologo di un suo libro. Il deserto come categoria ontologica dell’esperienza umana, sempre, sia pure nel contrappunto di una poetica visione che con altrettanta tenacia tenta di ricondurlo al diapason della Luce? Oppure, il deserto come cifra antropologica di un secolo, il Novecento, che ha visto nichilismo prima e secolarismo poi inaridire la vena esistenziale e spirituale, il segno distintivo dell’umano nell’Occidente europeo della Modernità e forse non solo in quello?

L’orizzonte storico temporale sul quale si affaccia e che circoscrive il deserto di cui scrive Benedetta Tobagi sembra ben delineato, e la citazione che ho scelto mi sembra una sintesi efficace ed essenziale al fine di comprenderne sostanza, luogo e tempo.

Eppure, quella citazione, si salda con una tensione ineluttabile in me, ad ogni passo del mio interrogativo spaesamento, davanti alla Storia cui si affaccia la mia piccola storia personale e di nuovo qui nella riflessione stimolata ed indotta da una lettura fortemente evocativa.

Credo che la mia più profonda attrazione verso il libro di Tobagi si ponga qui, nella domanda che questo titolo, mancato, postula. In una sintesi che è anche flessione coerente di un’intera vita, la mia questa volta. Una domanda (le domande?) che mi ha accompagnato e a tratti tormentato durante la lettura, come del resto nel corso della mia intera vita. Il deserto che è venuto dopo, certo. Ma quale deserto? Dopo quando? Dopo chi? Il deserto che noi, tutti, abbiamo attraversato? Il deserto che trovò causa nella storia che ruota intorno alla strage o l’inizio di un deserto di cui la strage potrebbe essere stata effetto? La domanda si apre a ventaglio. Il titolo del libro, certo. Ma quale libro? Questo, che sembra affacciarsi ad un deserto, o un altro libro, che di quel deserto avrebbe potuto dire il nome proprio, narrandone la genesi, la nascita, il lungo ineluttabile svolgimento destinale che affligge una civiltà intera in un transito epocale? Nel pieno di una storia che, se ha trovato negli anni della strage i suoi fondamenti, ha sviluppato in modo esponenziale anche nei successivi un’ampia complicità nella desertificazione. Chi sono, (chi siamo?) i protagonisti, tutti, di tale passaggio epocale?

Mettere lì Celan è un indizio che significa avere consapevolezza del transito. Scrivere un libro intitolato “Il deserto che è venuto dopo”, significa, avrebbe potuto (dovuto?), alzare lo sguardo dalle carte processuali per rivolgerlo soprattutto dentro se stessi. Significa (avrebbe dovuto?) compiere un pellegrinaggio interiore attraverso il volto devastato dell’umano, che la storia del Novecento ci ha consegnato. Significa chiederci se, quanto e come abbiamo contribuito a costruirla. Esplorare l’anima e la coscienza di un Paese alla luce dei tempi. A cominciare dalla propria coscienza e dalla propria anima. Un esercizio spesso caro ai poeti e certamente svolto, nel cuore della notte novecentesca, in modo luminoso da Paul Celan. Che pose il sigillo tragico di un indirizzo senza scampo, al termine di un passaggio sublime nel deserto di questo nostro tempo. Credo che la mia inquietudine e la mia domanda avessero sempre uno sguardo acceso là, lungo la Senna. Dove la Modernità, deserta dell’uomo e desertificata dal cinismo, aveva convocato allo schianto una delle sue più luminose stelle. Incoronata dal buio di un’umanità da tempo cieca a se stessa e sempre più vuota di sè. Redenta, forse per sempre, eternamente ed in eterno, dalla sequela cristica, ma certamente storicamente perduta a se stessa, nel naufragio smemorato di sé e della propria origine che il Nichilismo prima ed il Secolarismo poi hanno cullato. Perché ampio è l’orizzonte del deserto e numerose le sue dune, talvolta fatali all’umano.

 

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