Vento nelle ali.

 

vento nelle ali.

La Bellezza ha un vento lieve nelle ali. La sua memoria, un fragile sussurro della storia. I suoi colori, un canto di vigilia e Primavera. L’uomo, al tramonto, si commuove nel tenero sguardo del disincanto. Piccole foglie d’autunno volteggiano nel grembo del ricordo. La malinconia, che fu compagna al giorno intero, indugia nella Luce del vero.

 

Tu, Signore, hai dettato parole per sempre, nei lacerti del Tempo che muore. Le ho scolpite nel canto, mattutino di gioia e tremore. Le ho cantate dolenti nella gioia e nei tratti del cammino segnati da passi d’Amore.

 

Ora un Volto sincero s’intona. Paradossi. Note scosse. Una fuga celeste e solenne tra colonne petrose, mentre il ritmo del cuore tradisce la soglia innocente del suo primo ardore.

 

Al passo lento del tempo interiore, la tua notte disperdi nella cenere bianca. Una mano si stende verso l’imo di te. La fessura celeste da cui spira il Silenzio è la porta del tempio che attendi. La deriva pagana delle ore e dei giorni hai scontato, l’ineffabile meta di troppi ritorni.

 

Alla gloria del passo terreno hai offerto servigi. Ai celesti prodigi scampato, tu, l’astuto, innervato da sapienti malie secolari, ora innalzi il tuo urlo silente. L’impotenza non sarà tua virtù e la voce profonda che hai taciuto a te stesso nelle ore tue vili non concede più soste.

 

Sei costretto ad andare. A partire. A scandire ogni atto del giorno nell’agone apparente. Un teatro senza scena né fine. La funzione è l’altare del gesto, dove l’orma del saggio tracciò in un tempo interiore a te ignoto il suo solco d’ardore. La tua ara che crolla incalzata dal mondo che geme è una quinta sgomenta. Sei deserto di note. Sei privato di soglie coscienti. Sei la nuda e già spoglia stagione. E nemmeno la neve ti copre coi suoi petali bianchi di incantesimi muti. Sei finito. La tua ora hai trovato nel deserto moderno che hai passato con baldanza insipiente. Prigioniero di nihil, sacerdote del niente.

 

All’ira dura del reale che sconti, nessuna tua presenza ha saputo e voluto dare un tempo sublimi accenti. Ti sei accasciato nella litania orante dell’utile, che hai intonato nella diuturna fatica di una speculazione senza requie. Sei stato sacerdote del profitto e cinico officiante dell’ego. L’inutile preghiera, che ancora risuona nella memoria sublime dei chiostri che visiti con l’indolenza onnivora di chi tutto s’appropria e consuma, non è mai stato accento sulla tua vita. L’hybris dell’istante ti ha sepolto sotto una coltre di gesti in sequenza. Hai vissuto hic et nunc. Non hai voluto avere un passato. Non hai pensato ad alcun futuro. Il presente, con il baricentro del tuo io ipertrofico, è stato il cuore della sola storia che hai voluto conoscere. Che hai saputo ricordare. Che hai potuto esperire.

 

L’astrazione non ti appartiene dentro. Un surrogato del reale. Troppo inutile per la tua declinazione di un tempo senza umanità e cui la carità è ignota. L’infinitesimo d’eterno che saresti stato è un fardello troppo inquietante per la tua tonalità percettiva. Se la vita avesse avuto per te qualche sfumatura cognitiva, essa avrebbe delineato la fisionomia di una crosta. Nata crespa e già avvizzita. L’orizzonte che traccia e disegna la storia, il senso, dunque, è troppo esteso e profondo per la fatica del tuo sguardo. Tutto compiuto e compunto nell’angolo visuale ad obiettivo fisso che copre lo spazio che va da te stesso ad un’altra declinazione di te. Nulla esiste, fuori da tale funzionalità lineare. Sei una derivata del punto che vedi. Lo scarto interiore ha in te un profilo piatto.

 

Il canto estremo della comunione, che nella parola trova lievito, è una remota eco. Dove sia iniziata la sua deriva è un mistero secolare la cui sola nominazione terrorizza la contemporaneità. Non un’ipostasi del cielo, pane dei mistici. Non un’oltranza mistica. Una semplice perdizione dell’uomo nella storia. Passo dopo passo, per lievi scarti di senso, sei passato di soglia in soglia e la stretta del canto si è strozzata nell’afasia.

 

L’albatros è inchiodato da tempo immemore alla tavola della Modernità. Il Poeta. L’Occidente. Il Tramonto. La coniugazione delle tre parole luce dei tempi, o una loro coniugazione armonica, tracciano per la contemporaneità un sentiero impervio. A tratti, al limite dell’impossibile. Il logos offre, quasi fosse una beffarda sintassi dell’ultima tentazione, la consolazione storica della coerenza. In quel tratto di vita, di esperienza, di testimonianza, la via sarebbe forse pervia e salvo il canto. Tentare. Quando il vento della Bellezza si leva, si deve tentare. Si deve tentare di vivere.

 

L’armonia sta un rigo sopra il logos. E’ una sfida di complessità più intensa. Chiede la tensione vibrante dell’intuizione. La parola, ed in essa il poeta, o passa e vive o cade e muore. Solo il Tempo, che è coscienza, dirà chi passò, chi visse. E di lui rimarrà nella parola del canto l’orma armonica del testimone. O la testimonianza di una sfida compiuta nell’armonia.

 

Il Poeta canta al margine della storia e del mondo. L’Occidente non è centro e non è più confine. Il Tramonto o è alla spalle o vive dentro. La lingua e l’essere sono composti in una sintassi nota. L’Armonia che nasce è una lallazione. O un rintocco sublime nell’Alba che nasce dentro l’eco degli arcani.

 

Datevi, datevi, uomini e poeti, datevi tutte le vostre innocenti mani.

 

 

 

 

 

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