Windows. [Sguardi latenti dal pertugio].

Windows. [Sguardi latenti dal pertugio].

Stamani mi sono affacciato, dal minuscolo pertugio dell’io, il mio sguardo sul mondo. Ho una piccola finestra, la mia TL di Twitter, forse un orizzonte estremo e sensibilmente limitato.

Ed ho iniziato io stesso a twittare. So come accade. So cosa mi succede dentro. Lo so per lunga esperienza. Quando il silenzio ribolle di pensieri che non tendono all’estasi del Silenzio, quando le parole non cercano la compostezza contemplante. Quando l’abisso interiore manda lampi, e non solo di luce che fa chiaro dentro e davanti, o non sono fuochi che scaldano il cuore, significa che la civitas estesa e senza quasi apparenti confini [di spazio? di tempo? di senso?], la vita che scorre e che passa sotto la mia finestra, ha echi e risonanze forti in me. Non placate dentro. Non composte nell’armonia di un senso compiuto o dato. Non giunte al porto sacro di una comunione attesa, forse da me soltanto.

Allora scrivo. Come già feci un tempo sui taccuini. Come negli anni dentro quaderni o su fogli sparsi. Scrivo. In forma di appunto, quasi, o di lacerto di senso e di me. Mi è accaduto già, più di una volta. Non penso che ciò che scrivo possa avere in sé qualche significato armonico o finito, se mai un’opera, in qualsiasi forma data, potesse darsi compiuta in sé.

Ora dispongo anche di una finestra, alla quale mi affaccio, come se fossi davanti ad una piazza o in mezzo ad una strada. Come spesso feci in passato, scrivendo su fogli di fortuna, appoggiato ad un muro, nel frastuono di una città sconosciuta, nel mezzanino di un metro. Appeso allo scampolo di vita che mi aveva ferito dentro o che mi aveva commosso, o, semplicemente, incuriosito. O aveva suscitato in me qualcosa di profondo e di remoto che affiorava, in forma di pensiero argomentato o di canto. “Luce d’Abissi”, un libro di poesia che ho pubblicato nel 1999, nacque in gran parte così. Soprattutto gli “Euforismi”, brevi sintagmi poetici, antesignani per me dei tweet.

Non tutto ciò che scrivo mi nasce scientemente e consapevolmente dentro in risonanza allo sguardo o in eco a ciò che leggo. Talvolta vi sono sincopi interiori, qualcosa che, lo scrivo con l’umiltà dell’analfabeta musicale, mi fa sentire sulla pelle il brivido della modernità performativa, degli improvvisi, come se scrivessi jazz e il mondo intorno suonasse con me, ciascuno la propria nota interiore, e tutti insieme in un eterno assolo che sempre attende e sempre spera l’incontro, il dialogo, la comunione. Quando la tromba struggente dell’io ripete ossessiva una nota che è incantesimo di Dio e che nessuno ascolta. Come quando al rullare smagato della batteria l’urlo gioioso del suono dice l’infinità verita di un sé che canta e di un pezzo di mondo. Fra sincopi estreme, sfioramenti di suono, sublimi incontri al diapason della musica amante…

Allora il mondo che colgo dal piccolo pertugio dell’io affacciato sulla finestra della TL è lontano, remoto a me stesso. E unicamente la profondità del sé, a viso a viso con Dio, o con l’Infinito e l’Eterno, la grazia della loro eco in me, canta solitaria, in un solipsismo che solo la comunione attesa nel divino spezza e talvolta esulta nel grembo espanso del Mistero. Non sono mai solo, quando mi lascio andare allo sguardo ed all’ascolto.

Quando tutto finisce, io lo sento dentro, io so che finisce e come finisce e quando finisce, raccolgo metaforicamente tutto. Potrei scrivere, se non millantassi un talento che non ho, che al pari del pittore chiudo la tavolozza e depongo i pennelli. Tolgo i cavalletti, non ho astanti curiosi, e mi incammino, appagato dell’opera. Di nuovo, chi sa se finita, certo non compiuta in sé.

Ho con me una sinopia di sguardi, forse irrelati. Oppure una partitura, non certo una sinfonia, di note dissonanti che attendono che io vi metta mano, ora sono un musicista, per renderle armoniche in un brano eseguibile. Che intervenga sullo spartito e faccia di un accozzaglia informe di suoni un’opera dignitosa. Il cantabile piano e discreto di un’eco feriale.

Oppure sono il sarto che cuce la trama del silenzio e l’ordito di parole e ne trae l’abito, o l’artista del ricamo che orna la trina di un disegno di senso.

E se fossi il cronista, che giustappone i fatti ai commenti, l’accaduto osservato e l’improvviso di pensieri ardenti per narrare la storia di qualche istante trascorso alla finestra digitale aperta sul mondo? Per raccontare la succinta trama dei fatti ed annettere argomentando i pensieri alla loro origine, la scaturigine osservante dell’io che guarda e che ascolta.

Invece sono solo il poeta, che stava alla finestra, e non ho che l’ermetismo dell’intuizione, per mettere l’uno accanto all’altro i pensieri. Potrei dare la nota, se fossi musico, il colore, se pittore, il racconto se fossi un cronista. Argomentare la vita se fossi l’osservatore esperto di alcunchè. Invece sono solo un marginale poeta, raccolto nel grembo del Mistero, come un bimbo nella gestazione, o come l’innocenza ferita ai margini della barbarie che incalza. E non ho che parole per tentare di connettere i pensieri sparsi che lo stare un’ora alla finestra ha suscitato in me. Che cos’è l’intuizione? Che cosa quel qualcosa che detta dentro, che non è nota, che non è colore, che non è fatto, che non è argomento, ma è solo voce, parola pura, eco d’eterno e d’infinito? Che cosa quel Qualcosa che si tenta in te nella maiuscola di una coscienza aperta ed in volo?

Certo, ho visto una parte di mondo, l’ho guardato venire avanti nella luce della finestra, l’ho ascoltato salirmi dentro. E quel prima, l’incantesimo addolorato di quella coscienza del Tempo che non mi offre tregua interiore nei tempi, come si chiama? Perchè vibra così forte l’eco del disagio al solo sfiorare delle parole che narrano fatti? Cosa e perchè ribolle al fondo di me? La musica? La pittura? La cronaca? La storia? O non è forse la voce di Dio e del Mistero soltanto che mi detta dentro, cui tutto si tiene, a cui tutto si riconduce in un’orma lieve ed incantata di senso?

Allora prendo i miei lacerti, i miei tweet, così nudi ed apparentemente avulsi come sono nati. Non sono musica. Non saprei farlo. Non sono sinopia di un quadro d’insieme. Non ne ho talento. Non sono la narrazione in cronaca di un giorno pur ricco di eventi. Non sono il saggio breve che profila il mondo in un’ipotesi di senso.

Sono lacerti di me, vivi nella mia storia piccola, nella mia carne d’uomo, nell’epica feriale e consapevole del mondo. Sono sbocciati in me, questo almeno sì, anche se fiori di dolore a tratti, in un’ora di sole alla finestra luminosa che ho aperto stamani sul mondo. Li metto qui, nel vaso della forma, come faccio con quelli bradi e spontanei di prato che amo tanto. L’imperfezione, lo so, è cara a Dio e il suo talento nel dono della gratuità è il seme che più tento, indegnamente, di mettere a dimora. Anche in questa forma di parole.

Non ho nulla da aggiungere. L’intuizione è un’ala sospesa sopra e dentro la sequenza dei tweet.

Li leggo, in successione e a mazzo li lascio sul desk della vita. Dati per sempre nella forma in cui sono nati e so che non sfiorirannno fin quando altri sguardi daranno loro nuova vita e nuova luce e nuovo senso. Nell’eterno, infinito, divino ed umano racconto.

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1.

Un Paese ripiegato su se stesso, certo. Talvolta, però, costretto in un’etica marginalità da corruzione ed immoralità diffuse.

2.

Vi fu un tempo in cui risparmiare fu virtù consapevole del proprio limite. [#Etica: il limite del lecito, la tentazione del possibile].

3.

Talvolta, il solipsismo è il correlativo interiore del silenzio che abita chi ascolta.

4.

Talvolta chi sprezza il dialogo con il proprio assiduo silenzio, è abitato dalla contraddizione con cui denuncia gli assolo in 140 caratteri.

5.

In filigrana, sempre, la sinopia dell’umana creatura. Limite e dono. Talento e meschinità. L’uomo [l'Eterno in lui] è il solo vero messaggio.

6.

Lo sgomento e l’impotenza nella denuncia quando sai che le stesse guardie sono i ladri raffinatamente dissimulanti.

7.

I più pericolosi, sono gli ipocriti inconsapevoli, che avanzano indice in resta nell’accusa, sprofondati in un vuoto di coscienza.

8.

La smemoratezza può essere balsamo per il singolo che soffre, ma è una minaccia per la costruzione di senso condiviso.

9.

Ah, la «verità» cabriolet dell’ego, così impudicamente offerta allo sguardo dei surfer! Nell’estremo godimento dell’effimero vano.

10.

Godot non arriva mai per i persuasi innocenti. Coloro che tentano il linguaggio interiore nella comunione.

11.

Solo le relazioni dallo sguardo ombelicale hanno un destino nel tempo del cinismo, in cui la profondità è solo assenza ed attesa.

12.

Vi furono forse un tempo ed un luogo [il qui ed ora dell'Eden?] in cui il villaggio potè vivere la gioia del Sabato…

13.

Ora il delirante orgasmo di una perenne domenica desiderante [festa secolare e feriale] ha sepolto la Bellezza.

14.

Non illuderti, ciò che vedi dal pertugio del tuo sguardo interiore, è sempre e solo il tuo mondo. Essendo il Mondo assai più vasto.

15.

La nota che ascolti, teso nell’anima alla Fessura del Silenzio, è la sola che sa espandere la coscienza nell’Armonia celeste.

16.

Il dialogo! Questo miraggio atteso, stordito spesso da loquacissimi mutismi urlanti.

 

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