Diario inutile. 26.

Diario inutile. 26.

Oremus.

Come rapida sfuma l’essenza fragile del Nulla nel lieve vento del tramonto che abita i corpi inerti degli improvvisi esistenziali. Se ne vanno, nella silenziosa quiete degli abissi interiori, il canto senza Parola dei replicanti e l’abbraccio furtivo e muto dei senza credo.

Rimani solo, al vertice del tuo minuscolo accento di Luce, di nuovo, come prima, come un tempo. Come sempre sei stato.

La passione fredda dei cloni, lo zelo fervoroso dei facenti funzione.

Cloni e zelanti, è già tempo, di nuovo, di addii.

Svaniscono nei congedi senza rimorsi, senza rimpianti.

L’orizzonte contemplante è davanti.

Rimane il fondamento muto dei costituenti. Sotto la coltre delle tremebonde promesse scaturite in se stessi al tempo della paura giacciono gli effimeri sogni, il fuoco fatuo degli inganni, la zizzania delle interessate illusioni, sparse a piene mani quando la compagnia serviva come una sgangherata passerella aggettata in fretta e furia sulla devastante e panica imminenza di una prova a se stessi ignota.

L’antropologia del tramonto ha ampiamente confermato se stessa.

Siamo stati e siamo inesorabilmente chi fummo.

Lungo i sentieri interrotti della comunione ferita, la Speranza abita la conversione, il solo spazio che offra sguardo alto oltre la prova e sopra tutte le istanze memorabili e memorate del dolore.

I tempi sono finiti. Il Tempo, che non finisce mai, cosparge ogni minuscola eternità feriale con la sapida tenerezza degli amanti. Misercordia, Carità, Pietas sono i solchi nominali dentro i quali si posa l’orma di Luce che, umani, ci conforta, ci consola, ci seduce e ci chiama. Chiamati nel corpo alla Vita. Vocati, nello Spirito, al destino singolare che il divino ha pensato in noi e per noi. Dati e donati per sempre.

Oremus. Nel nome e nei volti andati via, in Cammino.