Diario inutile. 25.

Diario inutile. 25.
L’anima del vaccino.

Leggendo le notizie relative alla campagna vaccinale attuata nel Regno Unito, ho pensato spesso durante gli ultimi mesi ad un racconto che ascoltai anni fa, quasi quaranta ormai, in Inghilterra. Prima ancora che l’enfasi narrativa di questi giorni, è stata la nuda eloquenza dei numeri che mi ha indotto a ricordare. Alla loro ineffabile parola, ho affidato parte della mia sgomenta, ma non sorpresa, ammirazione.

Eravamo a casa dei nonni di una nostra giovanissima amica, che aveva trascorso un anno di studi in Italia, nella nostra città. C’era lei, Alison, c’erano i suoi genitori e la coppia dei nonni di cui eravamo ospiti. Era una bellissima giornata, immersa in quell’azzurrità che distingue il cielo di Cornovaglia quando il sole splende. I nonni avevano preparato per noi il cornish pasty. C’era stato il tempo di una reciproca conoscenza. C’era stato il tempo della convivialità, frizzante e generosa di sé, come accade nell’incontro tra persone e mondi lontani, aperte e curiose le une delle altre. C’era stato il tempo dello scherzo affettuoso. L’intercalare confidenziale sostenuto dai proverbi che la stessa Alison ci aveva insegnato in Italia. “Be kind to your mother for you will never have another , che avevo scandito al suo indirizzo,ridendo della mia goffaggine anglofona. O l’ormai familiareIsabel necessary on a bicycle…”, che dedicavamo, con la sua complice e divertita ironia, alla mamma di lei, Isabel, appunto. C’era stato il tempo della memoria, inatteso e commosso. Era venuto quando, dopo il pranzo, la nonna ci aveva accompagnati a vedere l’orto di casa. Il nonno era con noi, più taciturno. Alison sempre presente, per sostenere il nostro dialogo povero di parole condivise, sebbene ricco di quella flessione affettuosa che è il miglior facilitatore culturale.

Aveva ricordato lei, la nonna, sospinta alla confidenza dalla lunga consuetudine che traspariva nel nostro rapporto con sua nipote. Lei, testimone di quella lontana avventura, mentre parlava sembrava guardare, con rinnovata nostalgia e commozione, in direzione del porto poco lontano.

Ci aveva raccontato di quando una miriade di imbarcazioni, piccole e grandi, tutte quelle che fossero state in grado di tenere il mare, avevano lasciato il porto di Penzance e attraversato la Manica per portare in salvo, insieme ad altre centinaia di imbarcazioni, i soldati inglesi delle forze alleate, isolate a nord del cuneo tedesco.

Nella sua narrazione, priva di enfasi, di retorica autoreferenziale e sapida di non detto né esibito, avremmo riconosciuto, anni dopo, l’epica dell’operazione Dynamo, il “miracolo di Dunquerque”. La storia maiuscola aveva fatto capolino, in un pomeriggio d’estate di tanti anni dopo, nei panni dignitosi e fieri di una storia minuscola e feriale, coraggiosa fino alla temerarietà. Credo di ricordare come gli occhi dei nonni brillassero, nell’evocazione, di una legittima e trattenuta fierezza, che sembrava cancellare dai volti anche gli anni, come se splendessero di una giovinezza senza età.

Li ho rivisti, quegli occhi, ho riascoltato l’eco viva di quelle parole, mentre stamani leggevo di quest’altro miracolo.

Una persona, una comunità, una civiltà muoiono solo e soltanto quando l’anima li abbandona.Perché dimenticata, affaticata,perduta.

Per una singolare coincidenza, il generale Alexander, l’ultimo a lasciare la spiaggia di Dunquerque, firmò, anni dopo, il Certificato al patriota rilasciato a mia madre, staffetta partigiana.

Talvolta mi chiedo se sia sufficiente una generazione a cancellare una memoria che ha sostenuto un destino di libertà e di speranze condivise. Mi domando quali defezioni interiori [e non solo] abbiano causato l’asimmetria, i deserti, i ritardi, talvolta l’estinzione stessa di un’anima che avrebbe [ed aveva...] distinto e segnato il destino condiviso della Grande Europa. Quella che ci ha donato settanta anni di libertà e di pace.

L’amata Europa, nata in grembo al sogno di pochi, divenuta poi la confortevole e pacificata dimora di molti, e, più tardi, l’orizzonte di speranza di tanti. Mentre già iniziava a declinare, la terra del tramonto, e si rivelava alla Storia nella sua acclarata, contemporanea insignificanza. Il tramonto dell’Occidente europeo in un interminabile transito epocale.

L’Europa è stata il sogno di pochi, messo a lungo in sonno dal cinismo dei molti e dei troppi. Dal conformismo secolare della moneta, che ne ha sopita e quasi spenta l’anima.

Ora, sul suo corpo stanco, in estremo ritardo spirituale, danzano le ombre divisive del Donbass e le smisurate ambizioni che soffiano dai Dardanelli. La verità dei vinti innocenti, riposa sotto coltri di ipocrisia e di silenzio. Ma le domande di quelli che, accaniti, hanno sognato e chiesto mondi più belli, non si spengono mai.La culla di tanta civiltà saprà aprirsi a nuovi orizzonti di speranza, per dare vita a compimenti un tempo attesi? Sotto la cenere del canto, arde ancora forse la brace di un domani pacificato? Come nel sogno di alcuni epigoni, nell’abbraccio spirituale, civile ed umanissimo, dall’Atlantico agli Urali?

Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che siamo stati durante una intera esistenza, ciò che vorremmo fosse nelle vite che vengono avanti.

Comments are closed.